E’ andata bene o è andata male?
Testo di Stefano Pucci, fotografie di Luciano Dal Sasso
Malcesine, sabato 22 ottobre 2005, ore 11:30 circa, intorno ai 10 km/h di
vento da Sud, alta pressione in una soleggiata giornata, ma ricca di umidità
che limita notevolmente la visibilità. Imbraco WoodyWalley X-Rated chiuso,
paracadute d’emergenza pilotabile Beamer, vela Gin Boomerang III, taglia S,
peso in volo intorno ai 90 kg, fascio in kevlar sguainato, trim cuciti e bretelle
anteriori modificate per ottenerne un raddoppio, utile ad accelerare maggiormente
la parte centrale del profilo: nessuna modifica sostanziale, quindi, e tipica
attrezzatura di chi partecipa a competizioni.
In programma abbiamo: tanto per cominciare, negativo lento portato in full-stall
ed uscita controllata; a seguire, chiusura asimmetrica provocata trazionando
l’intera bretella anteriore, sovracorrezione della semiala aperta fino alla
vite piatta negativa ed uscita diretta con correzione; quindi, per finire,
vite positiva picchiata. In decollo si ripassano mentalmente e gestualmente
le “parti”. Giunti sullo specchio d’acqua, con la supervisione via radio di
Jimmy, si parte con la prima serie di manovre: riescono correttamente. Avvio
la seconda serie di figure: faccio collassare la semiala destra, la quale
si piega correttamente sotto la vela, quindi dopo un lieve accenno a ruotare
intorno alla chiusura, inizio a trazionare lentamente il comando sinistro
fino all’altezza del bacino. Sento il comando più pesante del solito, non
traziono a sufficienza e nel frattempo la semiala chiusa comincia a riaprirsi
facendomi innescare una spirale positiva. Ci riproviamo, questa volta traziono
finché posso, la semiala stalla e la sento abbattersi all’indietro invertendo
la mia rotazione. Continuo a tenere giù il comando sinistro mentre comincio
a trazionare il destro, l’asimmetrica si risolve durante la rotazione ma la
differenza di velocità tra le due ali è ancora alta ed innesco un negativo
medio: la rotazione dell’ala non è in asse con la mia. Non prendo il tempo
esatto del rilascio ed alzo i comandi quando la vela è un po’ dietro di me,
di conseguenza mi merito una violenta picchiata della vela che non blocco
a sufficienza e mi becco, così, una chiusura frontale. Qui c’è da lavorare
!! Riprendo la posizione controvento, collasso di nuovo la semiala destra,
sovracorreggo, negativo medio, un giro e mezzo e rilascio: la semiala esterna
parte troppo avanti e non la freno in tempo, chiude del settanta per cento,
ripiegandosi sotto l’altra semiala e, punto cruciale, lo stabilo del lato
destro, passa da dietro sopra la semiala aperta ed impedisce la riapertura:
sono “incravattato”. Nel frattempo l’inerzia della mia rotazione durante il
negativo mi porta a subire un giro di twist ma i comandi funzionano. Parte
la rotazione, non riesco a fermarla con il comando (troppo piccolo il lato
aperto) e non riesco a liberare la cravatta agendo sul fascio del lato chiuso
(fig. 1-4). Difatti non potevo vedere lo stabilo che, passando sopra la semiala
aperta, deformava solo l’estradosso, ed in questo non ero certo aiutato dal
colore neutro e dalle minute dimensioni del cordino. Dopo quattro giri di
tentativi provo con un full-stall (fig. 5 e 6), a questo punto la vela si
abbatte e poi si stabilizza sopra la testa, si ferma la rotazione e trattengo
la manovra sperando che si risolva l’impiccio. Niente da fare, al rilascio
tutto come prima (fig. 7): tiro subito l’emergenza. Sono stabile, vedo bene
l’orizzonte e direziono il lancio alla mia destra, leggermente più basso della
mia seduta (fig. 8). In questo momento, il mio tasso di caduta è comunque
limitato, senza nemmeno velocità orizzontali. L’emergenza si allunga mentre
comincia a salire rispetto alla mia posizione e ritarda l’apertura quel tanto
che basta.... Già, perché nel frattempo la vela, uscita dal full-stall e velocizzata
dal rilascio dei freni dovuto al lancio del paracadute di soccorso, decide
di riprendere a ruotare ed innesca la prima picchiata decisa, che arriva fino
all’emergenza (fig. 9). Il fascio dell’ala incontra l’emergenza allungatasi
alla mia destra e, raccogliendola, la trascina nella rotazione prima della
sua apertura. Nelle sette-otto rotazioni successive, recupero l’emergenza
verso di me recuperando la fune di vincolo, ma nel frattempo accumulo altri
due giri di twist che strozzano l’emergenza e rendono i comandi inutilizzabili
(fig. 10). L’ampiezza delle rotazioni cresce, l’estremità della semiala aperta
si chiude, libera lo stabilo e di conseguenza la cravatta: una beffa! (fig.
11 e 12). La vela si riapre interamente, torna a volare, picchia e, associando
l’inerzia di rotazione, innesca una vite stabile con le bocche rivolte verso
il basso (fig. 13-16). Otto-nove giri a velocità periferiche più alte, il
lago si avvicina, apro l’imbrago ed attendo l’impatto proteggendomi dallo
specchio d’acqua che arriva alla mia sinistra (fig. 17 e 18). Circa un minuto
e mezzo di configurazioni perdendo almeno 600 metri.
Più che l’impatto, in un primo momento mi ha sorpreso l’immediata decelerazione,
realizzo di star bene ed attendo in posizione il pronto intervento del gommone
della Croce Rossa. Salgo a bordo da solo, senza problemi, per poi, durante
il rientro, sentire dei fastidi al torace a causa di qualche colpo di tosse.
Per sicurezza faccio un controllo al vicino ospedale dove mi diagnosticano
una infrazione alla nona costola destra. Risultato: vela con qualche cordino
da cambiare ed emergenza con due tagli.
Rimangono le domande: è andata bene o è andata male?
Non c’era bisogno di finire così in acqua per raggiungere la consapevolezza
di cosa significa volare con attrezzature da competizione, sarebbe bastato
molto meno. D’altronde io ed altri piloti della Lega Piloti Italiana eravamo
lì per questo, vedere cosa può fare una vela ed un imbraco di questa categoria
in situazioni nelle quali non ci infileremmo mai e per le quali non abbiamo
sviluppato sufficiente sensibilità. Più volentieri, abbiamo puntato ad accrescere
nel tempo la capacità di non portare tali vele in queste situazioni critiche.
Sono stato spinto ad affrontare queste simulazioni sul lago per esigenza di
sentirmi adeguato e completo nel volare mezzi di questa natura, convinto di
seguire questo percorso di crescita. E’ indispensabile ingrediente della maturità
di un pilota competitore l’avere in mano la capacità di non lasciarsi scappare
nemmeno una picchiata, neanche quella in uscita da un’improbabile configurazione.
Ma quello che è accaduto è andato oltre. Come nelle migliori cascades
che si rispettino ci si è aggiunta anche l’emergenza. Sarebbe troppo semplice
e superficiale liquidare l’accaduto incolpando un’emergenza che ha giustamente
ritardato l’apertura, visto il basso tasso di caduta, od il pilota per non
aver direzionato il lancio in modo appropriato, lì dove la vela non avrebbe
potuto picchiare.
E’ andata male, perché un errore di pilotaggio ha prodotto due improbabili
“sfighe”, lo stabilo che passa sopra la semiala opposta e la vela che, in
uscita dallo stallo, torna a volare picchiando verso l’emergenza. E’ andata
bene perché, non a caso, eravamo sopra il lago.
Tutto il gruppo, io ed i fratelli Pacher in maggior misura, ha speso del
tempo nell’osservare più volte l’episodio cercando di comprenderne anche le
dinamiche apparentemente più irrilevanti. Quest’esperienza è un documento
che va trattato ed analizzato con professionalità, perché se ne tragga vantaggio
e perché non venga archiviato velocemente per superficialità o per censura.
Invito chiunque a richiedermi il filmato dell’accaduto per fare altrettanto,
magari vedendoci anche qualcosa di diverso od in aggiunta, e per dare avvio
una sana discussione sull’argomento. Io personalmente volerò con un’emergenza
in più, con meccanismo ad espulsione pneumatica, con tutti i pro ed i contro.
Perchè quel poco che avrei fatto in più mi è suggerito dal “senno del poi”.
Perché la differenza non la faccia l’acqua.